Ascolto musicale durante la vita fetale

L’ascolto della musica nella vita fetale tiene conto che il suono giunge al piccolo attenuato del 40% (pareti e placenta sono un ostacolo) e che quindi diverse frequenze non arrivano al corpo (prima) e alle orecchie (dopo la 27esima settimana).

Le frequenze più basse sono le più udibili (anche se ci sono voci controverse che danno la supremazia alle frequenze alte).

Quando vengono fatte ascoltare al feto delle musiche (cuffia di ascolto sul ventre), le prime volte il battito cardiaco del piccolo accelera come conseguenza della novità che modifica l’ambiente in cui vive.
Lentamente  si abitua e il piccolo si rende conto che l’avvenimento acusitco non  rappresenta un pericolo, ma diventa parte dell’ambiente.
Lo stesso si può dire della voce materna ascoltata dopo la 27esima settimana di gestazione.
Prima di questa data è la pelle del corpo a comportarsi come un orecchio, nel senso che tutte le cellule che costituiscono l’epidermide, sotto l’effetto del suono entrano in vibrazione e se il trattamento (voce materna o musica) è costante, produce effetti
positivi sul feto (maggiore ossigenazione del sangue, sonno più tranquillo, percezione di un ambiente rassicurante.

Attraverso le fibre nervose C il corpo del piccolo vive un senso di piacere prodotto
dal suono come carezza.
I diversi musicoterapeuti (europei, americani, giapponesi, ecc) che hanno preparato dei programmi per l’ascolto della musica in epoca perinatale, si sono affidati più all’intuizione che a regole precise.
La ricerca scientifica in questo campo (data la difficoltà di monitorare il soggetto) sa che diverse musiche (non tutte) dell’epoca barocca e post-barocca (Bach, Haydn, Mozart, ecc. ecc:)  svolgono un’azione strutturante per il sistema neuro-cerebrale del feto e del piccolo.  Musiche con andamento sinusoidale morbido, eseguite con pochi strumenti (duo, trio, quartetto) , musiche ricche di armonici, con temi ripetitivi, quindi rassicuranti.
Essenziale durante il periodo perinatale e nella prima infanzia è la voce della madre.
Nel corso della gestazione il suono della voce, da pura frequenza sonora si trasforma in presenza sonora.
Le presenze sono due quando anche il padre fa sentire la sua voce parlando al piccolo davanti al ventre materno.

I suoni bassi della voce maschile danno il senso della lontananza, quelli più alti della
voce femminile danno il senso della vicinanza. Per questo e per altre ragioni ( la voce materna arriva al feto per via ossea e risuona soprattutto nella zona ossea dove il feto è appoggiato) la voce materna viene facilmente memorizzata nella fase prenatale.

Sarà indispensabile per la la tranquillità del piccolo che la madre gli parli e canti subito dopo il parto, con il corpo del piccolo appoggiato al petto della madre.

Il metodo ” Grembo Armonico ” studiato e preparato da Filippo Massara già una quindicina di anni fa ha seguito la falsariga di una sperimentazione effettuata alla fine degli anni ’90 da un gruppo di dottoresse ostetriche dell’Università LA FE’ di Valencia.  Tramite il Grembo Armonico il feto viene “nutrito” già a partire dalla 10a /15a settimana in avanti con strutture musicali eseguite appositamente con il violoncello ricavati da temi musicali di opere di Mozart, Haydn, Bach, Vivaldi, Bartock.

 

 

 

Annunci

Effetto Mozart, ma allora esiste?

Tratto da http://www.laltramedicina.it/…/675-effetto-mozart-ma-allora…

Se ne parla da molti anni, la musica di Mozart avrebbe una marcia in più, tanto da essere proposta per lo sviluppo cognitivo dei bambini. Ora c’è una novità, italiana.

Tanti studi, polemiche e posizioni contrapposte. Eppure usando un particolare tipo di analisi dell’elettroencefalogramma (EEG) effettivamente la musica di Amadeus un effetto sulle facoltà cognitive sembra proprio averlo.

Si tratta di uno studio condotto da un team di ricercatori della Sapienza di Roma, appena pubblicato su Conscious Cognition (Verrusio W et al. 2015; 35: 150-5). Il tipo di musica sembra fare la differenza: rispetto a Beethoven (con ‘Per Elisa’), Mozart attiva la frequenza alfa del cervello: è quella associata ai pattern cerebrali delle funzioni mnemoniche, della cognizione e della capacità di risolvere problemi.

Per curiosità, di che brano si tratta?
Il brano è stato fatto ascoltare a giovani e anziani, alcuni dei quali con deficit cognitivi. Si tratta della Sonata per due pianoforti K448, composta da Wolfgang Amadeus nel 1781 (nell’immagine ritratto da bambino).

Per un rapido ascolto:
https://www.youtube.com/watch?v=v58mf-PB8as

Breve storia dell’Effetto Mozart
L’Effetto Mozart è stato identificato nel 1993 dalla psicologa Frances Rauscher e dal fisico Gordon Shaw in un seminale lavoro su Nature (Nature 1993; 365: 611). Il brano sperimentato era sempre la Sonata K448. Molti neuroscienziati e psicologi si sono interessati a questo effetto. Ma si è detto che, non tanto Mozart, quanto la buona musica in generale fosse in grado di migliorare le facoltà cognitive.

Infatti, si è visto che l’ascolto della musica può essere utile ai pazienti colpiti da varie condizioni, dalle malattie cardiovascolari, al dolore, alla demenza. Con ricadute anche sull’efficienza del sistema immunitario.

Ma alcune musiche sono meglio di altre o no? Si registrano continuamente novità. Le composizioni del genio austriaco comportano benefici su alcuni tipi di epilessia (Dastgheib et al. Curr Neurol Neurosci Rep. 2014 Jan;14(1):420). E pochi giorni fa un altro studio italiano, dell’università di Salerno e Perugia, suggerisce che i pazienti epilettici, refrattari alle terapie convenzionali, siano più protetti dagli attacchi che risultano dimezzati, il ché è un grande risultato. Ancora con la Sonata K448. Dormono anche meglio di notte e si sentono più in forma durante il giorno (Coppola G et al. Epilepsy Behav. 2015 Jun 18;50:18-22).

– See more at: http://www.laltramedicina.it/…/675-effetto-mozart-ma-allora…

Così il feto “canta” nel pancione

Articolo tratto da La Stampa

fonte: http://www.lastampa.it/2015/10/10/multimedia/societa/mamme/il-web-impazzisce-per-il-bimbo-checanta-nel-pancione-della-mamma-NC1GAVvWEl0EM2L65sWZFN/pagina.html

Sono accoccolati nel pancione della mamma, ma sembrano già sentire la musica e reagire ai suoni con dei movimenti simili al canto. Secondo un nuovo studio pubblicato su Ultrasound, questo accade già a 16 settimane di gestazione, se le note arrivano “dall’interno”. Per la prima volta gli scienziati dell’Institut Marquès di Barcellona hanno mostrato infatti che il feto sarebbe in grado di rilevare i suoni già a questa età, e soprattutto di reagire muovendo la bocca e la lingua. A mostrarlo è un video in 3 D realizzato dagli scienziati, che rimbalza sulla stampa internazionale e sta emozionando il web.

Le orecchie del piccolo si sviluppano completamente a 16 settimane, ma finora si riteneva che questo non potesse udire fino a 18-26 settimane di gestazione. Ora il team di Marisa Lopez-Teijon spiega di aver “fotografato” una risposta precoce alla musica trasmessa a livello intravaginale: il feto muove bocca e lingua come se cercasse di parlare o cantare. E smette quando si interrompe la musica. Una scoperta che, al di là dell’emozione nell’assistere a quella che appare come una precocissima risposta alla musica, potrebbe aprire la strada a nuovi metodi per consentire una diagnosi dei problemi di sordità già a livello fetale.

Canto e parole materni hanno effetti benefici sui neonati prematuri

Lo studio si propone di esaminare i possibili benefici delle parole e del canto materni diretti sui parametri fisiologici dei neonati prematuri ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale e sul loro stato comportamentale. E’ stato chiesto a diciotto madri di parlare e cantare per i loro neonati pretermine stabili per 6 giorni consecutivi, tra le 13 e le 14.

Sono stati misurati la frequenza cardiaca (HR), la saturazione di ossigeno (OxSat), il numero di eventi critici (ipossiemia, bradicardia e apnea) e gli stati comportamentali. A una comparazione dei parametri clinici nei periodi in presenza e in assenza dell’intervento vocale materno emerge un aumento significativo dell’ossigenazione e del battito cardiaco unitamente a una significativa diminuzione degli eventi critici (p < 0,0001). Non sono state registrate differenze significative fra canto e parola a livello di variazioni dei parametri fisiologici, ma solo sugli stati comportamentali, con un aumento dei periodi di veglia tranquilla. Si può concludere che un recupero del legame con la voce materna può costituire un’importante esperienza per lo sviluppo del neonato prematuro. L’esposizione precoce al canto e alla parola materni hanno effetti benefici sullo stato fisiologico del neonato prematuro, in particolare sull’ossigenazione, sugli eventi critici e sull’aumento della veglia tranquilla.

Per approfondire : http://www.acp.it/wp-content/uploads/Quaderni-acp-2015_224_170-173.pdf

Sentire “a pelle” aiuta a percepire i suoni

ROMA – Sentire a pelle non è più solo un modo di dire, scienziati canadesi hanno scoperto che la nostra pelle aiuta le orecchie a sentire e a distinguere i suoni che la sfiorano. Infatti, come spiegato sulla rivista Nature, la pelle percepisce dei leggerissimi flussi d’aria inudibili che accompagnano i suoni, la cui percezione ci aiuta a distinguere un suono dall’altro. Lo rivela uno studio di Bryan Gick dell’Università della British Columbia a Vancouver.

I suoni spostano dei leggerissimi flussi d’aria che non sono udibili ma che sono importanti per distingure un suono da un altro. A diversi suoni o sillabe sono associati differenti ‘soffi’ d’aria, ma finora non era chiaro se e come questi soffi potessero essere funzionali all’udito. I ricercatori hanno scoperto che tali soffi ci ‘accarezzano la pelle e che le sensazioni tattili da essi provocate aiutano le nostre orecchie a sentire e a percepire in modo piu’ pulito ciascun suono senza confonderlo con altri; come se la pelle aggiungesse sensibilità al nostro udito.

Infatti quando si creano ‘interferenze’ mentre ascoltiamo delle parole con soffi d’aria creati artificialmente, il nostro udito ne viene disturbato anche se di per sé quei soffi non sono udibili. Gli esperti canadesi hanno scoperto con un esperimento molto ingegnoso che è la nostra pelle a sentire tali soffi: infatti aggiungendo sperimentalmente piccoli flussi d’aria a sillabe la cui pronuncia non è accompagnata da tali ‘soffi’, per esempio sillabe come ‘ba’ o ‘da’ dette sonore (sono sillabe sonore quelle la cui articolazione si produce con vibrazione delle corde vocali), l’orecchio degli ascoltatori sente un’altra sillaba equivalente ma sorda (é sorda la sillaba la cui articolazione si produce senza vibrazione delle corde vocali), ‘pa’ e ‘ta’. Insomma, la nostra pelle ci aiuta a sentire lasciandosi accarezzare dai suoni e percependone sfumature che le orecchie da sole non potrebbero cogliere.

Fonte: ansa.it

 

 

Il feto ascolta e apprende – nuovo studio dell’ Università di Helsinki

Fonte: http://www.lescienze.it/news/2013/08/28/news/suoni_utero_sviluppo_linguaggio-1787726/?ref=nl-Le-Scienze_30-08-2013

I bambini esposti a specifici suoni durante la fase fetale ne conservano un ricordo inconsapevole appena dopo la nascita: lo ha dimostrato una serie di test su piccoli sottoposti a elettroencefalogramma. Il risultato dimostra che il cervello umano nella fase fetale è capace di apprendimento uditivo, con interessanti ricadute sulla possibilità di prevenire o curare deficit di acquisizione del linguaggio

I suoni percepiti dal feto nell’utero possono influenzare lo sviluppo del cervello e di conseguenza lo sviluppo delle capacità linguistiche dopo la nascita: è quanto afferma un nuovo studio pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” a firma di Eino Partanen dell’Istituto di Scienze comportamentali dell’ Università di Helsinki e colleghi di un’ampia collaborazione di istituti finlandesi, olandesi e danesi.

I feti umani sono in grado di percepire i suoni esterni già a partire dalla 27ma settimana di gestazione. Questo importante progresso innesca una riorganizzazione della corteccia uditiva fetale e lo sviluppo del sistema nervoso. Finora tuttavia non era chiaro se questo processo potesse influenzare la percezione dei suoni e lo sviluppo neurale anche durante l’infanzia.

Il feto ascolta, il bambino ricorda
Una fase della sperimentazione, mentre viene registrato un elettroencefalogramma di un neonato (Cortesia Veikko Somerpuro, Università di Helsinki)

Secondo l’ipotesi di partenza dei ricercatori, se in utero si formano già tracce mnestiche neurali per i singoli suoni, ciò si dovrebbe riflettere dopo la nascita in alcune variazioni nell’attività elettrica del cervello, e in particolare nell’emergere di un incremento nella risposta mismatch ai cambiamenti di suono. Questa risposta consiste in una particolare variazione nei tracciati elettroencefalografici che si presenta quando viene percepito uno stimolo “deviante” all’interno di una sequenza standard ripetuta. Essa è considerata quindi una manifestazione di un “sistema automatico di rilevazione” del cervello di qualunque variazione intervenga in un contenuto noto.

Partanen e colleghi hanno perciò arruolato nello studio 33 donne  dalla ventinovesima settimana di gestazione fino alla nascita. Metà delle madri hanno ascoltato diverse volte alla settimana brevi registrazioni della pseudoparola “tatata”, ripetuta centinaia di volte, occasionalmente modificata nella vocale della sillaba centrale (“tatota”) oppure pronunciata con un accento diverso.

Dopo la nascita dei bambini, i ricercatori ne hanno analizzato le risposte neurali mentre udivano le stesse pseudoparole e altre variazioni poco familiari, confrontando quelle dei bambini esposti alle pesudoparole in utero con quelle dei bambini non esposti.

L’analisi dei tracciati ha dimostrato che i piccoli esposti in utero alle pseudoparole ne avevano un ricordo anche dopo la nascita. I risultati dimostrano che il cervello umano nella fase fetale è capace di apprendimento uditivo e subisce cambiamenti strutturali che danno come risultato tracce mnestiche neurali che possono influenzare l’acquisizione del linguaggio durante l’infanzia.

Secondo gli autori queste scoperte potrebbero aiutare a elaborare nuovi approcci terapeutici e di prevenzione dei deficit di linguaggio, compensando almeno in parte disturbi con una componente genetica come per esempio la dislessia.

Fonte: http://www.lescienze.it/news/2013/08/28/news/suoni_utero_sviluppo_linguaggio-1787726/?ref=nl-Le-Scienze_30-08-2013